Farfalle per ricordare

farfalle

Cari amici, volevo condividere con voi l’esperienza a cui ho partecipato al teatro Leonardo da Vinci di Milano la sera del 27 Gennaio,  giorno in cui si ricorda la Shoah.

Lo spettacolo si intitola FARFALLE e racconta di un uomo che aveva gli occhiali ma ora non più, che camminava un po’ storto, quasi piegato come se tenesse in mano una borsa e che russava male quasi volesse mangiarsi l’aria e poi la buttava fuori come se fosse una trombetta.

Di un circo di animali calvi dove il domatore faceva fare capriole all’elefante con il testone ciondoloni e gli occhi tristi che a guardarlo ti faceva pena, poi quando il giorno dopo leggevi sul giornale che un elefante aveva schiacciato con la sua zampona un uomo, allora non ti faceva più così pena, anzi…e allora noi quella volta lì eravamo i buoni e loro i cattivi…

Di numeri scritti sulla pelle: 44, 9, 510, 7, 10.473, 15, 4.609.322, 713, 0, 6.000.000…

E di come siano scomparse le farfalle…, perché le farfalle non vivono nel ghetto.

E’ la storia di un padre che scrive una lettera e racconta la sua vita a Nico, il figlio che ancora deve nascere e che purtroppo non riesce a conoscere e immaginando di parlare con lui, gli spiega che non è vero che non sa fare niente, infatti è capace di disegnare un sole, una stella, un circo e delle farfalle.

Gli parla di libertà, della differenza che c’è tra di loro: mentre lui (padre), è libero di fare quello che vuole come mettere i piedi sul tavolo, Nico invece è costretto a studiare perché per poter conoscere esistono solo due modi: il primo è proprio lo studio, il secondo è se c’eri…e lui c’era!

Immaginando una classe di studenti sarebbe come interrogare Napoleone sulle guerre napoleoniche, o chiedere ad Attila di parlare delle invasioni barbariche!

Di come per passare il tempo gioca a indovinare il lavoro delle persone che stanno lì con lui, magari proprio dell’uomo che russa male e che ha fatto la fine che ha fatto, quello che sembra…un medico o un avvocato o un operaio, perché cammina un po’ storto, quasi piegato come se tenesse per mano…la sua Anna mentre l’accompagna all’asilo e lo fa per non dimenticare.

E gli fa vedere le farfalle, tutte: quelle colorate, quelle che volano leggere, quelle che sembra si bacino… farfalle che non ci sono più e di cui l’unica immagine che riesce a ricordare è una linea nera e due antenne.

A proposito di farfalle, quando andavo alla Rinnovata la maestra Mimma ci faceva sempre imparare a memoria quasi una poesia alla settimana e una parlava di una farfalla gialla…la stessa poesia che il padre di Nico recita quasi all’inizio dello spettacolo, insieme a lui l’ho detta anche io:

La Farfalla

L’ultima, proprio l’ultima,
di un giallo così intenso, così
assolutamente giallo,
come una lacrima di sole quando cade
sopra una roccia bianca
– così gialla, così gialla! –
l’ultima,
volava in alto leggera
aleggiava sicura
per baciare il suo ultimo mondo.
Tra qualche giorno
sarà la mia prima settimana
di ghetto…
Ma qui non ho visto nessuna farfalla.
Quella dell’altra volta fu l’ultima:
le farfalle non vivono nel ghetto.

(Pavel Friedmann)

(Aleena Esther D’Abrusco, I F)

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