“Guardando oltre” (Racconto vincitore del Premio Itas, di Ulrike Lanting)

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Le montagne sedevano silenziose al loro solito posto, invitando i giovani avventurieri a sfidarle, mostrando i loro bianchi artigli e le loro ripide mura, scoprendole al vento e lasciando che le correnti tessessero le lodi alla loro immensa potenza.
Rimanevano sempre ferme, senza tremiti o incertezze, accoglievano ogni sfida e si battevano fino all’ultimo, spesso sconfiggendo l’avversario, lasciandolo solo a giacere sulle loro rocce, sulle loro dita. Era solo in quei momenti che le montagne rompevano il loro silenzio. Alcune ridevano cupamente, vittoriose, cantando e festeggiando in onore della loro gloria, altre piangevano e si lamentavano, nel vedere la disfatta di quegli esseri così piccoli e indifesi che avevano osato sfidare la grandezza dei monti.
Era così che le vedeva Fabian. I monti erano come nemici, bisognava lottare per sopravvivere un giorno in più, e ogni alba era accompagnata da una nuova sfida per gli abitanti di quei paesi che si ritrovavano in alta quota. Era come essere in trappola: da una parte il nemico, dall’altra un profondo fossato, come nei libri che a lui piacevano tanto. Solo che nessuna azione eroica avrebbe permesso al protagonista di sconfiggere il nemico, di ingannarlo o di gettarlo nel fossato. Ogni volta che si ritrovava a camminare per quei sentieri angusti e serpeggianti, che componevano l’unico collegamento tra il paese e la valle, si sentiva come vuoto.
Sentiva il freddo vento sulla pelle, la brezza che gli scompigliava i lunghi capelli neri e gli stringeva la presa della giacca sul collo, il gelo che gli faceva lacrimare gli occhi. Non era la fatica della camminata a dargli fastidio, a quella era abituato. Non era il freddo: era nato tra i ghiacci e vi resisteva senza problemi. Fabian alzò lo sguardo, dirigendolo verso le cime innevate, che si ergevano da anni tra venti, nubi, cascate e foreste, illuminate dalla flebile luce dell’alba. Erano loro a turbarlo. Gli incutevano timore e lo deridevano, lo svuotavano e leggevano la sua mente.
Erano come occhi nel cielo, che lo guardavano e che un giorno avrebbero emesso la fatale sentenza che lo avrebbe portato al suo destino.
“Fabian, oggi sei in ritardo!”  Una voce irruppe nei suoi pensieri. Il ragazzo dai capelli neri spalancò i suoi grandi occhi color del cielo e nella mente si rimproverò per essersi nuovamente perso nelle sue inutili riflessioni, rispondendo poi alla ragazza che lo aveva chiamato per nome, sorridendo nervosamente: “Oh, si, scusa…” Poi tirò giù il pesante zaino dalle spalle e ne estrasse un piccolo sacchetto di tela, bloccandosi per un istante. “Tutto bene?” Chiese la ragazza. “Uhm… Si. Scusa ho dimenticato di salutarti, Ann.” Disse imbarazzato, cosa che ad Ann parve esilarante e la fece scoppiare in una fragorosa risata. Fabian non era altrettanto divertito: “E-ehi… Comunque ciao.” Disse leggermente offeso, mentre lei, ancor più divertita dalla reazione dell’amico rispose “Buongiorno a lei, signore.” Fabian sorrise. Il buonumore di Ann gli risollevava sempre il morale. Aprì il sacco e ne estrasse due focacce e due pezzi di formaggio fresco, porgendo la metà della colazione alla ridente ragazza dai capelli biondi e dagli occhi castani. Lei accettò il dono dell’amico e cominciò a camminare, mentre Fabian rimase fermo a cercare di chiudere lo zaino in maniera piuttosto goffa, dato che stava cercando di farlo con una mano sola. Alzando lo sguardo vide che Ann lo aveva lasciato indietro, si infilò la focaccia e il formaggio in bocca, correndole dietro freneticamente.
Quando lei se ne accorse si fermò, sorridendo nel vedere l’espressione preoccupata del ragazzo. “Aspettami!” – esclamò Fabian non appena arrivò da lei, dopo aver ripreso in mano il formaggio e la focaccia. “Va bene, procederò con te a passo di lumaca” disse lei ridendo e prendendolo a braccetto. Ogni mattina andava così: Fabian scendeva a valle dal suo paesino e Ann lo aspettava sul sentiero principale. Si ritrovavano sempre presto per fare colazione insieme, appoggiati al solito albero, discutendo e ridendo o ripassando le lezioni del giorno. Dieci minuti prima dell’apertura della scuola, si alzavano e si incamminavano verso l’entrata, che era a cinque minuti di camminata da quel punto: il paese a valle era piuttosto piccolo, anche se molto più grande delle quattro case che componevano il borgo in cui abitava Fabian, e gli edifici pubblici erano tutti raggruppati al suo centro, quindi era facile spostarsi tra le vie per chi abitava in quella zona, come lo era ricordarsi quale strada prendere per scendere in città o per salire, per l’appunto, in paese. Era impossibile perdersi o nascondersi tra quelle vie: non c’era mai nulla di nuovo.
L’unico posto davvero magico era l’adiacente foresta, dove, ogni secondo che passava, il mondo si stravolgeva: nasceva un nuovo fiore, germogliava un nuovo albero, cadevano le foglie, venivano sparsi semi sul terreno, comparivano nuovi corsi d’acqua… Quel posto era incantato, accogliente, ospitale. Non c’erano pareti da scalare o precipizi da temere: il terreno era sempre sotto, non affianco o sopra le persone. Se si scivolava… non era il vuoto a cingere le persone tra le sue braccia. Fabian si costrinse a tornare alla realtà. Per quanto potesse dar valore alla frase “Cogito ergo sum” era meglio non affidare la propria esistenza ai soli pensieri. Senza che nessuno dei due se ne accorgesse, il tempo per stare seduti era finito, ed era il momento di alzarsi e di dirigersi verso la scuola. “Allora si va!” annunciò Ann. Fabian la guardò sorridendo e annuì energicamente. I due si incamminarono verso la loro personale sfida quotidiana: l’unico liceo classico della zona. Al suono della campanella, Ann salutò l’amico, prima di essere travolta dalla folla che spingeva e urlava per entrare nell’alto edificio di antica costruzione, un’antica scuola per il clero che era poi stata convertita in un istituto laico, prendendo il nome di Liceo Classico “Anna Frank”. A Fabian il nome pareva quanto mai casuale: tutti i licei classici delle città avevano nomi di importanti letterati, poeti, scrittori, filosofi… Avrebbe tanto voluto studiare in città.
Ma il suo destino erano i monti, i crudeli e freddi monti, e difficilmente sarebbe riuscito a lasciarli.
La giornata procedette noiosa e cupa come al solito. Le nubi avevano coperto il sole, fino a rendere il cielo pallido e scarno, quasi privo di vita. L’unico raggio di sole in mezzo alla monotonia che avvolgeva Fabian era lo spensierato sorriso di Ann, quello stesso sorriso che era rimasto invariato per anni: Ann era rimasta la bambina che era stata un tempo.
Pur essendo maturata, sapeva vedere quel lato del mondo che a Fabian era celato, e il suo sorriso era ancora puro, infantile ed innocente. Il ragazzo era troppo adulto per la sua età, spesso appariva buffo, ma dietro il suo viso imbarazzato si celavano migliaia di diverse sfumature di quell’emozione che avrebbe potuto essere nostalgia. I suoi occhi, profondi e immobili come specchi d’acqua celavano le sue sensazioni, le filtravano, come per scegliere la più conveniente da mostrare agli altri. Era con il silenzio che Fabian amava esprimersi, ascoltava in silenzio e sentiva la pace. L’idea di poter vanificare la propria presenza nel mondo lo faceva sentire bene, fingendosi uno spettatore che non avesse alcun obbligo, mestiere o missione da portare a termine: poteva stare semplicemente seduto ad ascoltare una storia che non gli apparteneva, che la sua mente avrebbe reso parte di lui. Questo era Fabian: silenzioso e placido come una roccia che riflette i colori del cielo.Nulla di più.
Era solo con Ann che riusciva ad assumere una sua tonalità. Almeno questo voleva credere. Certo questo per Fabian non significava lasciarsi cadere le cose addosso: finché fosse stato un umano, avrebbe vissuto la propria vita al meglio, facendo tesoro di ogni attimo, che avrebbe cercato di rendere memorabile. La montagna, però, questo non glielo permetteva. Era bella, sì, da fotografare, ma non da affrontare, non da abitare. E per lui quei monti non erano uno scatto appeso in salotto, dietro una cornice illuminata dal caldo sole della pianura in estate, erano quanto mai reali e aspri. I monti lo avevano deluso e ferito, gli avevano strappato via il sorriso e non solo… Non lo avrebbe dimenticato.
Tra i suoi pensieri e le lezioni, volò via la mattinata e fu rapido a sopraggiungere il pomeriggio. “Allora, vuoi venire a mangiare a casa mia?” Propose Ann all’amico. “Non vorrei che ti ritrovassi a digiuno come l’altra volta, Fab!” Aggiunse poi in tono serio. Fabian si lasciò scappare un sorrisetto: “Ma dai… Figurati. Se non mangio va a finire che divento più magro di te!” Ann, sentendosi sfidata, rispose in tono sarcastico e scherzoso: “Senti chi parla! Mister Scheletro in persona!” Scoppiarono entrambi a ridere. Era quasi meccanico, ogni giorno gli stessi argomenti di discussione e gli stessi passi da ripercorrere ogni volta. Fabian se ne rese conto tristemente, ma nel notare questa ripetizione quasi schematica non poté fare a meno di pensare: “In fondo è per lei. La seguirei ovunque.”
Perché lei… è il mio ultimo raggio di sole. Le starei affianco in qualsiasi momento, anche nello smarrimento o nella noia più totale pur di non perdere anche lei.” Si sentì egoista nel pensarlo. Si era appigliato ad Ann in quel suo momento di mancanza. Voleva fuggire, ma non voleva restare solo di nuovo. Se Ann fosse rimasta immobile in un solo punto per l’eternità, Fab le avrebbe fatto compagnia, anche a costo di rimetterci i suoi sogni e il suo futuro. “Comunque, se non disturbo, mi fermerei volentieri a mangiare da voi… Magari riesco anche a guadagnarci un libro nuovo, dato che voi ne avete così tanti.” Ann lo fissò dritto negli occhi, per poi girarsi e borbottare: “Ma pensa tu…” “Allora, l’invito è ancora valido?” Le chiese l’amico, sorridendo. Ann sbuffò: “Sì, lo è. Oggi ci sarà anche mio nonno, sai, è da tanto che non viene a trovarci… Tu lo ricordi il nonno, vero?” Fabian si fermò a pensare: “Il vecchio alpinista? Come dimenticarsi di lui e dei suoi appassionati discorsi!”
Ann rise debolmente, avvicinandosi alla porta di casa sua. Come al solito il tempo era volato, e senza accorgersene erano arrivati a destinazione. Non appena varcarono la soglia, la sorellina di Ann gettò le braccia al collo di Fabian, che per lei era divenuto come un fratello maggiore. La piccola e tenera Emilie era una bambina di 8 anni, la metà di quelli della sorella e dell’amico, un po’ cicciottella, dal carattere adorabile e ingenuo.
Certo non era un angelo, ma non era nemmeno pestifera, anche se spesso sfruttava i suoi riccioli biondi e i suoi grandi occhi castani per corrompere le persone: non era raro vederla cercare di convincere i vicini a farle dono di alcuni di quei deliziosi biscotti al cioccolato che preparavano. “Fratellone, come va?” Chiese a Fabian, spalancando gli occhi. “Va tutto bene, Mil” rispose lui sorridendo caldamente. “Ehi, e a me?” Gridò Ann. “Sono io la tua sorellona!” Esclamò strappando Emilie dall’abbraccio dell’amico, che la guardò divertito. “Lasciami! Dai, lasciami, lasciami!” Cominciò a strillare la sorellina, cercando di liberarsi dalla presa di ferro della sorella maggiore, che la stava riempiendo di baci.
“Sempre a bisticciare voi due… Un po’ di sana tranquillità la porta solo Fabian in casa!” le rimproverò la madre, una donna di circa 40 anni, dall’aria vivace e allegra, anche se, in quanto madre, sapeva essere dolce quanto severa e responsabile. “Salve Sophie!” La salutò il ragazzo. “Ciao Fabian.” Rispose lei sorridendo. Intanto il piccolo battibecco andava avanti: “Mamma! Ann mi soffoca!” L’attenzione di Sophie ricadde sulle due figlie: “Ann, lascia stare tua sorella.” Ann lasciò andare la presa su Emilie, leggermente infastidita dall’atteggiamento della sorella. La madre sospirò, e, conducendoli verso la cucina, disse: “Su, sedetevi a tavola, ho preparato uno stufato con la carne del cinghiale che papà ha sorpreso nell’aia della fattoria di suo fratello.” Sophie era un’ottima cuoca, questo era risaputo, e Fabian era sempre contento di poter mangiare il cibo che gli preparava la madre della sua migliore amica. “Ehi, e il nonno?” Domandò Ann. “Oh, giusto, è al piano di sopra che sistema le sue cose, vedi se ha voglia di venire a mangiare.” Rispose Sophie.
Mentre Ann faceva per alzarsi, Fabian intervenne: “Vado io, voi restate qui e cominciate a mangiare.” Poi si alzò e si avviò rapidamente verso le scale che lo avrebbero condotto alle stanze del piano superiore, e quindi dall’anziano alpinista, ormai in pensione. Gli era capitato spesso di ripensare al nonno di Ann, quindi al padre di Sophie, anche dopo che si era trasferito in città. Forse era per quello. Da una parte gli ricordava suo padre Alfred, il suo eroe, il grande scalatore di montagne, dall’altra gli faceva venire in mente sé stesso, con la sua voglia di trasferirsi in città. Per quanto avesse voluto pensare a lui come ad un alpinista, e quindi accomunarlo a suo padre, Fabian non ci riusciva: nessuno avrebbe mai potuto eguagliare l’importanza che suo padre aveva avuto nel suo cuore. Il padre gli mancava molto. Se ne era andato dieci anni prima, nel dannato giorno in cui i monti si erano stancati di giocare con lui e lo avevano gettato nell’abisso, lasciando che le sue speranze si frantumassero e si disperdessero, che il suono della disperazione si unisse al coro lugubre dei monti. Quel giorno le montagne avevano gridato. Avevano riso. Si erano fatte beffe del destino che era toccato a quell’uomo coraggioso, che aveva affrontato difficoltà più impervie di quante anche i più avventurosi degli uomini avessero potuto immaginare. Ma non era il grande avventuriero che gli mancava. Era l’uomo che si celava dietro a quella maschera di perfezione che lo faceva sentire così nostalgico nei confronti della sua infanzia. Gli mancavano i suoi abbracci, le sue parole, la sua corta ed ispida barba, i suoi insegnamenti riguardo le montagne che lui tanto amava. Aveva imparato anche lui ad amarle, in quel periodo. Ma poi quel giorno gli aveva portato via tutto.
Anche quel giovane amore nascente, con il sorriso che prima era quasi stampato sul suo viso di bambino. Quei pensieri gli avevano rovinato l’umore, ma, come precedentemente aveva detto che avrebbe fatto, si avviò verso la stanza che la famiglia di Ann adibiva ad alloggio degli ospiti e bussò alla porta con tre colpi secchi.
Dall’interno della stanza, una voce profonda e rauca rispose al ragazzo: “Sophie, non c’è bisogno di bussare! Entra pure.” Fabian, nell’entrare, rispose al vecchio ridendo distrattamente: “Non sono sua figlia… Si ricorda di me?” Il vecchio, improvvisamente serio, osservò attentamente il viso del sedicenne, lasciando da parte l’album fotografico che stava sfogliando. “Sei il piccolo Fab, vero? Il figlio di Alfred… Che ragazzo vispo che era tuo padre!” Disse poi sorridendo tristemente. Fabian abbassò lo sguardo e lasciò che il sorriso che aveva mostrato prima lasciasse spazio ad un’espressione vuota. “Beh, sono venuto qui per chiederle se le va di venire a mangiare con me, Sophie, Emilie ed Ann. Sua figlia ha preparato lo stufato, sono certo che sarà ottimo, quindi, se ne ha voglia, ci raggiunga in cucina” disse infine il ragazzo. L’anziano lo guardò fisso negli occhi, scoppiando poi in una fragorosa risata. “Che ragazzo ben educato che sei! Scommetto che è stata tua madre ad insegnarti a rivolgerti così alle persone anziane. Dammi pure del tu. Per quanto riguarda lo stufato, preferirei mangiarlo qui, ma non da solo. Dì un po’, ti andrebbe di fare qualche chiacchiera?” Fabian, sorpreso dalla risposta del vecchio dalla barba bianca e gli occhi castani, contornati da profondi solchi e macchie comparsi a causa dell’età avanzata, fu incapace di parlare per qualche secondo, mentre la sua testa si affollava di pensieri incomprensibili persino a lui stesso.
Quando finalmente parlò, lo fece senza nemmeno accorgersene, come fosse un’azione meccanica, programmata da qualcun altro, come se non fosse stato lui a parlare. “Certamente, lasci che chieda al resto della famiglia se a loro va bene.” Aggiunse un debole sorriso nell’avviarsi verso l’uscio, ma si sentì come se nemmeno quello gli fosse appartenuto, nel momento in cui la porta si richiuse dietro di lui. Improvvisamente sentì le gambe deboli e si accasciò contro il muro. Rocco era una vecchia conoscenza di famiglia. Era stato proprio quel vecchio ad insegnare i segreti delle montagne al padre di Fabian, era stato lui a guidarlo verso la distruzione. Nonostante quest’astio che il ragazzo avrebbe voluto provare, il viso gentile e gli occhi sognanti dell’anziano scalatore ispiravano in lui fiducia e affetto.
Non avrebbe voluto cedere, ma si lasciò andare. “Il nonno mi ha proposto di mangiare con lui in camera sua, se a voi non dispiace, io avrei anche già accettato.” Informò le signorine che in cucina avevano già cominciato a mangiare. Sophie sospirò: “Ma pensa!” aggiungendo poi, ironicamente: “Se mio padre vuole compagnia è meglio dargliela, anche se per noi sarà davvero difficile mangiare senza di te!” Sia Sophie sia Emilie cominciarono a ridere esageratamente forte, mentre Fabian azzardò un leggero sorriso nervoso. “Allora ti do due piatti…” disse la madre, tornando seria, mentre si avvicinava all’armadietto dove la famiglia di Ann riponeva le stoviglie lavate. “Due forchette… i bicchieri… ecco, manca solo il cibo ora.”
Sophie aveva impilato il tutto tra le grandi mani di Fabian in modo disordinato e piuttosto pericoloso. “Meglio se facciamo con calma…” affermò l’impacciato ragazzo, ridendo nervosamente. Ann gli rivolse un sorriso caldo come il sole, uno di quei sorrisi che si vorrebbero vedere sempre sui volti delle persone: uno di quelli che esprime pura allegria, un onesto sorriso, che non nasconde nulla se non parole che se fossero pronunciate sarebbero capaci di esternare solo la metà di ciò che quell’espressione può comunicare a chi la sa leggere. “Se vuoi ti aiuto io.” Aggiunse poi, facendo accorgere Fab del fatto che per qualche eterno attimo non aveva fatto altro che osservare le labbra inarcate di Ann, come stregato da quella meravigliosa visione. Scrollando via l’imbarazzo, Fabian fece spalluce, accettando poi l’offerta d’aiuto dell’amica.
Dopo aver messo nei piatti due porzioni abbondanti di stufato di cinghiale, Fabian prese dalla dispensa una bottiglia di succo di mela fatto in casa, pensando che avrebbe potuto essere di gradimento all’anziano dalla barba bianca e lunga, cominciando poi ad avviarsi verso la stanza degli ospiti con l’amica che lo aiutava portando uno dei piatti con tanto di forchetta e bicchiere. I due si scambiarono qualche parola riguardo le lezioni seguite durante la mattinata, accompagnata da qualche battuta e risata. Arrivati all’ingresso della stanza, Ann aprì la porta e senza chiedere permesso entrò. “Nonno!” Esclamò gettandosi tra le braccia del vecchio, dopo aver posato tutto ciò che stava portando sulla scrivania vicino al letto. “Ehi, ehi! Abbi pietà per questo povero vecchio!” disse lui, rispondendo al saluto della nipote con un sorriso e una risata sommessa. “Allora vi lascio soli… divertitevi!” poi, dopo aver scrutato il volto di Fabian aggiunse: “E tu non far arrabbiare o annoiare il nonno, capito?” ed in un attimo, veloce come era entrata, Ann si dileguò, lasciando Fabian solo con i suoi pensieri… più un vecchio, due piatti di stufato e una bottiglia di succo di mela. Il nonno fissò la porta da cui Ann era uscita, prima di tornare a rivolgere la propria attenzione verso il giovane ragazzo di fronte a lui. “Allora, siediti e cominciamo a gustare questo bello stufato!” esclamò, annusando le pietanze che poco prima Ann aveva appoggiato sulla sua scrivania. “Senti che profumino! Nell’angolo c’è una sedia, prendila e vieni a sederti di fianco a me. Appoggia prima lo stufato qui però, non vorrei che cadesse.” aggiunse poi.
Fabian seguì le istruzioni e prese la sedia, cominciando poi a incamminarsi verso la scrivania dall’altro lato della stanza. Il pavimento era freddo, un parquet di legno scuro, che a vedersi si sarebbe detto abete, le pareti tinte di verde chiaro, che ricordava un po’ il colore di quelle gomme da masticare alla clorofilla che ad Emilie piacevano tanto. Nella camera c’era un letto matrimoniale con delle coperte profumate di bucato raffiguranti dei fiori bianchi in campo azzurro: il fiore ripetuto diverse volte sulla trama della trapunta era l’”Edelweiss”, la stella alpina, il simbolo della bellezza per eccellenza. L’ambiente profumava di alberi e di resina, il lucernario sul soffitto lasciava intravedere i fiocchi di neve che andavano depositandosi sul tetto e sul vetro, lasciando la neve come sospesa a mezz’aria tra il cielo e il pavimento. Aveva cominciato a nevicare. La scrivania in legno di quercia era appoggiata ad una delle pareti, sul lato destro del letto, mentre a sinistra di quest’ultimo vi era un armadio di produzione artigianale di alta qualità: doveva essere costato molti soldi. La stanza era illuminata dall’abbagliante luce di una lampadina elettrica, ma l’alpinista, ormai in pensione, aveva accuratamente posto delle candele sulla scrivania, pronto ad accenderle al primo cedimento della lampadina, di cui sembrava diffidare.
Sulla parete dove appoggiava la scrivania c’era un’ampia vetrata, che dava sulle montagne vicine. A Fabian questo non dispiaceva: guardare le sue nemiche da dietro un vetro lo faceva sentire al sicuro. Qualcosa negli occhi di Fabian doveva averlo tradito, rivelando i suoi pensieri: questo lo capì nel momento in cui Rocco, l’anziano signore, aprì bocca per rivolgergli di nuovo la parola. “Cosa c’è in loro che ti spaventa tanto?” chiese guardando fuori dalla finestra, quasi nostalgico, come desiderasse essere al di là della finestra.
Fabian allontanò lo sguardo, evitando di guardare il vecchio in faccia. “Non mi spaventano.” rispose il ragazzo, socchiudendo gli occhi. “Allora, dimmi, guardando oltre questi vetri… cosa vedi?” lo interrogò il vecchio, accennando un leggero sorriso con le sue sottili e rugose labbra, voltandosi poi verso il ragazzo, in attesa di una risposta. Fabian esitò. Per qualche attimo non seppe che fare poi, volgendo lo sguardo verso il paesaggio montano in lontananza, cominciò a parlare. “Il cielo splende cupamente, di una luce fioca e grigia, mentre le nuvole si disgregano lentamente, cadendo a poco a poco sulla terra e sulle rocce fredde e silenziose. C’è uno specchio ghiacciato, che riflette la danza dei fiocchi al contario, come se i fiocchi riflessi e quelli reali si stessero concentrando nello stesso punto, per poi scomparire. Il convergere insieme dei cristalli ghiacciati è interrotto dai movimenti dell’acqua, che fa il suo corso, oltrepassando il laghetto e tornando al fiume, correndo tra alberi e rocce, trascinando ciottoli e detriti, correndo verso il suo destino, che a noi è dato sapere senza averne mai visto il volto. Da dove tutto termina riparte il ciclo e si torna al principio: la neve. Si estende e si deposita ovunque, sulle case, sugli alberi, sull’erba e sui fiori, dettandone la decadenza, e sui colossi che sempre siedono al loro posto: i monti. Le montagne raccolgono la neve sulle loro cime e la lasciano precipitare poi lungo gli aspri versanti che ne delimitano la possanza. Le montagne si ergono come pericolose punte, sembra quasi che da un momento all’altro possano cominciare a divorare e avvolgere tutti i dintorni. Vedo degli spettri neri che si stagliano contro la neve e contro il cielo. E non vedo altro.”
Detto questo, Fabian si sedette di fianco al vecchio e cominciò a gustare la sua porzione di stufato. Il vecchio aveva cominciato a mangiare tempo prima, mentre il ragazzo stava descrivendo il paesaggio, che nel frattempo si era completamente ricoperto di bianco. “Ragazzo mio, a te le montagne non piacciono proprio, eh? Ma guardale, stanno sempre lì, cosa potrebbero mai aver fatto di sbagliato, tanto da essere odiate?” Chiese il vecchio dopo aver bevuto un intero bicchiere di succo di mela. Fabian mangiò frettolosamente un altro boccone prima di dare la sua risposta.
“Loro… Quelle hanno ucciso mio padre, me l’hanno portato via. Mi hanno portato via il sorriso.” il ragazzo fece del suo meglio per nascondere la disperazione che provava nel rimembrare questi eventi. Al vecchio scappò una debole risata, e Fabian si voltò verso di lui, stupito. Gli occhi castani di Rocco parevano brillare di luce propria, sembrava che quegli occhi potessero vedere oltre quello che gli altri non vedevano, che potessero leggere l’essenza di ciò su cui posavano lo sguardo. Era la stessa luce che c’era negli occhi di Alfred. Era per questo motivo che Fabian aveva tentato di evitare di scrutarli. Lo stupore di Fabian si dissolse lasciando posto alla tristezza, mentre l’anziano cominciava il suo discorso. “Io avevo un fratello maggiore. Lui era un’alpinista, pur avendo studiato per diventare un matematico: amava tanto le montagne che finì per abbandonare i suoi progetti di vita per cominciare a scalarle e studiarle. Lo ammiravo molto: era bello, alto, coraggioso e forte, cos’altro si sarebbe potuto desiderare? Un giorno, durante la sua terza scalata, ebbe problemi con il suo equipaggiamento, e durante l’ascesa, a causa del freddo, morì assiderato. Ma io non ci volli credere. Mio fratello era perfetto, io gli volevo molto bene, era impossibile per me che fosse morto, era troppo giovane, aveva solo 20 anni… E poi era il mio fratellone. Sarebbe tornato a casa, ne ero certo. Dopo un anno dalla sua morte, al compimento dei miei 15 anni, decisi che mi sarei allenato per diventare alpinista: Se mio fratello non fosse tornato, io sarei andato a cercarlo. Volevo anche dimostrare di essere capace almeno quanto il mio defunto fratello, per far piacere a mio padre, che tra i due aveva sempre preferito l’altro. Dopo alcuni anni mi sentii pronto per la mia prima scalata. Ormai sapevo che mio fratello era irrecuperabile, ma decisi di continuare comunque su quella via, per non deludere i miei genitori… e me stesso. Scelsi di affrontare proprio il monte su cui mio fratello aveva perso la vita, anche se non saprei dire cosa mi spinse a farlo.
Mi ero preparato per bene e avevo ricontrollato tutto l’equipaggiamento, per evitare di riscontrare problemi durante l’escursione. Scalai il monte, ci misi tutta la mia energia, spesso ho pensato che avrei dovuto smettere, che sarei morto, ma sono andato avanti. Quando arrivai sulla cima ero stremato, ma sentivo come se non fossi stato solo, sentivo un voce riecheggiare nel vento. Era mio fratello. Lui era morto vivendo i suoi sogni, ed è vivendo nei sogni che continua a vivere. Mi ha insegnato la passione. Mi ha insegnato cosa significhi lottare per raggiungere un obiettivo o realizzare un sogno. Perchè quando arrivai sulla cima capii che mio fratello non era mai morto e che era felice. Solo i ciechi vedono la morte nelle montagne e nei sogni. Se provassi a guardare oltre vedresti la gioia. E forse vedresti anche i morti camminare.” Fabian aveva ascoltato tutto con estrema attenzione. Da una parte aveva ragione. Suo padre non avrebbe mai dato la colpa della sua morte ad una montagna. “Vedi Fabian, la passione è quello che ci rende vivi. Altrimenti saremmo rocce senz’anima.” concluse il vecchio. Fabian, che aveva finito di mangiare, si sentì mancare il fiato per qualche momento. Nessuno era mai riuscito a fargli capire cosa doveva aver sentito suo padre nei suoi ultimi attimi di vita. Ora l’aveva capito. Era certo che aveva sperato che suo figlio non si perdesse a causa sua rimproverandosi, senza pentirsi di null’altro. Aveva trascorso una vita felice, aveva conquistato le sue vette, aveva raggiunto i suoi sogni. Toccava a Fabian realizzare il suo ultimo desiderio. Si sentì in colpa per aver fatto penare suo padre per diversi anni senza rendersene conto, aveva fatto male più agli altri che a se stesso. E non era giusto.
Avrebbe ripagato la loro gentilezza, dando prova di quello di cui era capace di fare, grazie al supporto che gli avevano fornito. Questo era l’ultimo desiderio di Alfred.
Rocco gli sorrise nuovamente. Il suo viso rugoso pareva ringiovanito. Fabian si alzò deciso dalla sedia, e cominciò a correre attraverso i corridoi, giù per le scale e verso la porta di uscita, senza prendere la giacca o lo zaino, semplicemente precipitandosi oltre la soglia, imboccando il sentiero che conduceva verso i monti, inciampando sui suoi stessi passi.
Ann aveva sentito il rumore dei suoi passi irregolari sulle scale, e prese le giacche, la sua e quella dell’amico, gli corse dietro il più velocemente possibile. Vedeva i passi di Fabian sulla neve, seguiva le impronte, ignorando le grida di sua madre a di sua sorella, che le dicevano di tornare indietro. Per qualche motivo ad Ann sconosciuto, non la inseguirono e dopo poco tempo tornarono in casa. Cadde diverse volte, le sue ginocchia erano insanguinate e parevano bruciare, le sue mani erano come congelate, i suoi capelli biondi volavano nel vento, mentre le mollette che servivano a tenerli in ordine si staccavano e si depositavano tra la neve, venendo poi ricoperte da altri fiocchi. Tutto pareva scorrere più lento, mentre Ann e Fabian correvano, inciampavano, si rialzavano e continuavano a correre. Correvano più velocemente di qualsiasi cosa o persona, persino l’acqua pareva lenta in confronto al ritmico movimento delle loro gambe, il loro respiro affannoso era l’unico rumore udibile chiaramente, tra il fruscio delle foglie, il tintinnare delle gocce d’acqua che ancora non si erano congelate, l’ululare del vento e il silenzio del freddo ghiaccio. Il dolore era quasi impercettibile, anche se le ferite e i graffi bruciavano, le loro menti eliminavano quel martellante dolore, e loro continuavano a correre precipitosamente. Era come volare nel vuoto. Non sentivano fatica o dolore, solo il loro corpo che si muoveva quasi da solo. Poi di colpo Ann si ritrovò davanti ad una grotta e vide Fabian appoggiato ad una delle pareti dell’incavatura, ansimante e tremante. Ann, senza parlare, si sedette di fianco a lui, coprendosi e proteggendosi dal freddo con la giacca e porgendo all’amico la sua. Fabian la afferrò con una decisione che Ann non aveva mai visto in lui, e si sedette con la schiena contro la roccia, di fianco all’amica. Non avrebbe più fatto preoccupare gli altri. Sarebbe diventato indipendente e sarebbe stato capace di aiutare le persone che gli erano vicine a sua volta. Sarebbe diventato un uomo e avrebbe inseguito i suoi sogni.
Fabian si ripromise di portare a termine il suo compito e di rendere fiero suo padre che non sarebbe tornato da lui, ma sarebbe rimasto ad accompagnarlo nel viaggio della sua vita, gli avrebbe ricordato di non darsi mai per vinto, di continuare, di perseverare e di resistere. Si coprì con la giacca, allo stesso modo in cui l’aveva fatto l’amica, e lasciò che i suoi pensieri fossero catturati dal sonno. Quando si svegliò, aveva smesso di nevicare e il sole all’imbrunire rifletteva sul manto bianco una luce dai riflessi rosacei, che ferì gli occhi di Fabian. Uscì dalla grotta senza svegliare l’amica e i suoi occhi cominciarono a lacrimare quando una fredda brezza lo colpì in pieno volto. Sentì una mano sulla sua spalla, e con gli occhi ancora invasi dalle lacrime vide una figura alta e sorridente di fianco a lui. Fabian sorrise, mentre i suoi occhi cominciavano a bagnarsi ulteriormente, questa volta non a causa del freddo. Guardò verso i monti che si stagliavano tutt’intorno a lui e li mise a fuoco. Sedevano silenziosi al loro solito posto, illuminati dalla calda luce del tramonto, invitando gli avventurieri di ogni età ad affrontare la sfida più dura di tutte: la vita, mostrando le loro cime innevate, che si ergono ad altitudini che l’uomo può solo sognare, quasi per invogliarli a tentare di raggiungerle e di superarle, perché nel loro piccolo, tutte quelle persone stavano affrontando la loro scalata. Il vento sibilava tra le rocce, intonando inni alle vite passate che erano state vissute da grandi uomini: non da quelli famosi e ricordati da tutti, ma da quelli che hanno saputo inseguire i propri sogni senza mai fermarsi e senza rimpianti, senza lamentarsi e senza voltarsi indietro, da quelli che in punto di morte hanno potuto sorridere, guardando il cielo acquerellato. Fabian guardò nuovamente verso la figura che gli stava toccando la spalla, che nel frattempo si era dissolta nel vento. “Grazie.” sussurrò il ragazzo. Fabian si diresse verso Ann, la scosse leggermente, svegliandola. La ragazza parve confusa per qualche istante, ma vedendo il viso dell’amico e ricordandosi gli avvenimenti di alcune ore prima, si strofinò gli occhi senza proferir parola e fissò lo sguardo negli occhi di Fabian. I suoi occhi azzurri, normalmente opachi e spenti, sembravano aver catturato la luce del tramonto.
Vedeva ancora tracce di quegli spettri scuri che negli anni precedenti avevano spento la luce negli occhi del ragazzo, ma come le nubi, che avevano portato alla nevicata di poco tempo prima, andavano scomparendo e affievolendosi, lasciando posto a quell’abbagliante luce. Ann lo sapeva. Presto avrebbe rivisto quel Fabian che era andato perduto diversi anni prima e non vedeva l’ora di poterlo accompagnare ed aiutare nella sua scalata verso il futuro.

(Ulrike Lanting)

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